Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti torneranno alle urne per le Midterm Elections, le elezioni di metà mandato. Un appuntamento che, pur non prevedendo l’elezione del Presidente, potrebbe avere conseguenze decisive sulla politica americana. Saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. In molti Stati si voterà inoltre per i governatori. Il punto centrale è il controllo del Congresso. Oggi i Repubblicani hanno la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, ma con equilibri molto diversi: alla Camera il margine è particolarmente ridotto, con 219 Repubblicani contro 212 Democratici e quattro seggi vacanti. Al Senato il vantaggio è più ampio, 53 a 47, considerando anche i due indipendenti che fanno parte del caucus democratico.
La Camera è il principale obiettivo dei Democratici
La battaglia più aperta sembra essere quella per la Camera dei Rappresentanti. A differenza delle elezioni presidenziali, qui la sfida si gioca nei 435 distretti elettorali che compongono il Paese. Sono pochi i collegi realmente contendibili, ma potrebbero essere proprio questi a decidere quale partito controllerà la Camera. Tra le aree da osservare ci sono Pennsylvania, Arizona, California, Virginia, New York, Iowa e Nebraska. Un ruolo particolare lo avrà anche il gerrymandering, la pratica di ridisegnare i confini dei distretti elettorali in modo da favorire, direttamente o indirettamente, uno dei due partiti.
Il Senato: una sfida ancora più difficile
Per i Democratici la conquista del Senato è invece più complicata. Per raggiungere la maggioranza dovrebbero guadagnare almeno quattro seggi, riuscendo contemporaneamente a difendere quelli che già possiedono. Per questo saranno decisive alcune corse in Stati tradizionalmente repubblicani. Texas, Alaska, Ohio, Iowa e North Carolina sono tra gli Stati da seguire con maggiore attenzione. Il Texas rappresenta in particolare una sfida simbolica: i Democratici cercano di competere in uno Stato che per decenni è stato una delle roccaforti del Partito Repubblicano. Anche Maine, Michigan e Georgia saranno fondamentali. Il Michigan, in particolare, è uno degli Stati più contesi degli ultimi anni, mentre in Georgia i Democratici dovranno difendere il seggio di Jon Ossoff.
Un referendum su Trump?
Formalmente, no. Politicamente, molto probabilmente sì. Il nome di Donald Trump non comparirà sulla scheda presidenziale, ma il risultato delle Midterm sarà inevitabilmente letto come un giudizio sui primi due anni della sua seconda presidenza. Una vittoria repubblicana in entrambe le Camere rafforzerebbe la posizione della Casa Bianca e permetterebbe a Trump di proseguire più agevolmente il proprio programma. Una conquista democratica della Camera, o addirittura di entrambe le Camere, produrrebbe invece uno scenario completamente diverso: un Congresso più ostile e maggiori strumenti di controllo sull’amministrazione.
Lo sguardo è già al 2028
Le Midterm, però, non riguardano soltanto il 2026. Il loro risultato potrebbe infatti contribuire a definire la politica americana dei prossimi anni: quali candidati emergeranno, quali Stati diventeranno decisivi e quali gruppi di elettori saranno determinanti nella corsa alla Casa Bianca del 2028. Oggi la partita è ancora aperta. Le indicazioni disponibili sembrano favorire maggiormente i Democratici nella corsa alla Camera, mentre il Senato appare molto più equilibrato. Ma mancano ancora settimane di campagna elettorale e, nelle Midterm, la partecipazione può fare la differenza.
Il 3 novembre, dunque, gli americani non sceglieranno il loro Presidente. Potrebbero però decidere quanto sarà forte o quanto sarà limitato il potere di Donald Trump nei due anni successivi. Ed è per questo che le Midterm Elections 2026 saranno uno degli appuntamenti politici più importanti dell’anno.
