Questa celebre definizione dello scrittore Thomas Paine esprime l’idea che, con la nascita degli Stati Uniti, il mondo assistesse a un esperimento politico senza precedenti. Oggi questa visione può apparire meno attuale e più controversa, ma nel 1776 era profondamente rivoluzionaria: gli Stati Uniti venivano considerati il primo esempio concreto di uno Stato fondato sulla libertà, sulla sovranità del popolo e sul diritto dei cittadini di governare sé stessi, un modello destinato ad ispirare altri popoli nella lotta contro l’assolutismo.
La Rivoluzione Americana inizia nel 1775, quando le tredici colonie inglesi del Nord America decisero di ribellarsi al dominio della Gran Bretagna. I coloni erano stanchi di pagare tasse imposte dal re senza avere rappresentanti nel Parlamento britannico. Da questa protesta nacque il famoso slogan: “No taxation without representation” (“Nessuna tassazione senza rappresentanza”). Quella americana non fu una classica rivoluzione sociale, perché non trasformò radicalmente la struttura della società. Fu però la prima rivoluzione realmente “rivoluzionaria” dal punto di vista politico e ideologico, poiché introdusse principi nuovi destinati a influenzare il mondo intero.
Sempre Paine colse perfettamente questa dimensione universale quando affermò: «La causa dell’America è, in grande misura, la causa di tutto il genere umano». Per Paine, infatti, la Rivoluzione americana non riguardava soltanto le tredici colonie. Rappresentava una sfida ai principi dell’Antico Regime e l’inizio di una nuova epoca politica. Al centro vi era il principio della sovranità popolare: il potere non deriva più dal re per diritto divino, ma appartiene al popolo. A questo si affiancò il valore della libertà, intesa però secondo la mentalità del Settecento: un diritto riconosciuto principalmente ai cittadini proprietari, dal quale restavano esclusi schiavi, donne, nativi americani e gran parte della popolazione priva di proprietà.
Il 4 luglio 1776, dopo che il Secondo Congresso Continentale aveva incaricato una commissione di redigere una “declaration”, i rappresentanti delle colonie approvarono la Dichiarazione d’Indipendenza, scritta principalmente da Thomas Jefferson, poi terzo Presidente USA. Rispetto alla firma, si racconta che John Hancock, uomo d’affari del Massachusetts e patriota al tempo della Rivoluzione Americana, scrisse il suo nome con lettere così grandi che il re Giorgio III avrebbe potuto leggerlo “senza gli occhiali”. Da allora, negli Stati Uniti, l’espressione “mettere la propria John Hancock” è diventata un modo per dire “firmare”. Un altro episodio famoso riguarda Benjamin Franklin, celebre scienziato e politico americano, che subito dopo la firma della Dichiarazione avrebbe scherzato dicendo: “Dobbiamo restare uniti, altrimenti saremo certamente impiccati uno per uno.” Un modo ironico per ricordare che, se la rivoluzione fosse fallita, tutti i firmatari sarebbero stati considerati traditori e avrebbero fatto una pessima fine.
In realtà, la guerra contro la Gran Bretagna continuò anche dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Solo nel 1783 dopo anni di battaglie sul campo, guidati dal generale George Washington, colui che divenne poi il primo presidente degli Stati Uniti, i coloni ottennero il riconoscimento di indipendenza da parte della Gran Bretagna con il Trattato di Parigi.
Tornando alla Dichiarazione di Indipendenza, di cui oggi gli americani festeggiano un importante anniversario, due sono i principi che mi colpiscono: “che un popolo ha il diritto di cambiare un governo ingiusto” e “che tutte le persone hanno diritti naturali, come la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Ci sarebbe tanto da dire sul concetto di libertà, dato che poi la storia e lo sviluppo della società americana sono strettamente collegati alla schiavitù. Ma avremo modo di approfondirlo prossimamente. Quello che mi colpisce è che se il diritto alla vita e alla libertà sono professati anche in altre costituzioni, il diritto alla ricerca della felicità rappresenta un unicum della tradizione americana.
E mi colpisce anche perché non si tratta di un diritto puramente passivo, cioè di qualcosa che lo Stato deve semplicemente garantire ai cittadini. Al contrario, l’espressione suggerisce un percorso attivo: ogni individuo è chiamato a costruire il proprio futuro, a sviluppare i propri talenti e a inseguire i propri obiettivi. Il compito dello Stato non è quello di rendere felici le persone, ma di creare le condizioni affinché ciascuno possa cercare la propria felicità senza ostacoli ingiustificati. Da questa idea, sancita nella Dichiarazione, nasce uno dei tratti più caratteristici della cultura statunitense: il mito dell’autorealizzazione personale, secondo cui con impegno, lavoro e determinazione chiunque può migliorare la propria condizione e realizzare le proprie aspirazioni. È il principio che ha alimentato il cosiddetto American Dream, il “sogno americano”.
Ecco perché il 4 luglio non è soltanto una giornata di festa nazionale per gli statunitensi, fatta di riunioni di famiglia, barbecue e spettacolari fuochi d’artificio. È anche un anniversario che riguarda, in qualche misura, il mondo intero, perché le idee della rivoluzione americana e la successiva Dichiarazione di Indipendenza hanno cambiato il corso della storia e influenzato le democrazie moderne ben oltre i confini degli Stati Uniti.
