Il 3 novembre gli Stati Uniti votano in un clima politico particolarmente teso. Le elezioni di midterm rappresentano un passaggio decisivo per Donald Trump: non soltanto un giudizio sui primi due anni del suo secondo mandato, ma soprattutto un possibile spartiacque per gli equilibri di potere a Washington e per il futuro dei due partiti in vista delle presidenziali del 2028.
La partita più probabile riguarda la Camera dei Rappresentanti, dove i Democratici sembrano avere maggiori possibilità di conquistare la maggioranza. Secondo diverse previsioni, potrebbero guadagnare tra i 20 e i 25 seggi, arrivando intorno a quota 240. Per ottenere il controllo della Camera è sufficiente un vantaggio netto di quattro seggi.
Più complicata, invece, la conquista del Senato. Attualmente i Repubblicani dispongono di 53 seggi contro i 47 dei Democratici. Per ribaltare la maggioranza, questi ultimi dovrebbero conquistare quattro seggi aggiuntivi, mantenendo tutte le proprie posizioni: una sfida decisamente più difficile, anche perché molti dei seggi in bilico si trovano in Stati che nel 2024 hanno votato per Trump.
Ma che cosa cambierebbe concretamente se i Democratici riuscissero a conquistare il Congresso, o almeno una delle due Camere?
La conquista della Camera consentirebbe all’opposizione di assumere il controllo delle commissioni parlamentari, avviare indagini sull’operato dell’amministrazione, convocare audizioni e richiedere documenti. Trump si troverebbe quindi a fare i conti con un Congresso molto più ostile, capace di sottoporre la sua amministrazione a un controllo politico costante.
La conquista del Senato avrebbe conseguenze ancora più rilevanti su un altro fronte: quello delle nomine presidenziali. È infatti il Senato a confermare giudici federali, ministri, ambasciatori e numerose altre figure istituzionali. Una maggioranza democratica potrebbe quindi rallentare o bloccare le scelte del Presidente, compresa un’eventuale nomina alla Corte Suprema. Uno scenario che ricorderebbe, a parti invertite, quanto accadde nel 2016, quando i Repubblicani impedirono al Presidente Obama di nominare un nuovo giudice della Corte Suprema dopo la morte di Antonin Scalia.
I sondaggi raccontano un clima favorevole ai Democratici, almeno sul piano nazionale. Una rilevazione NPR/PBS News/Marist, realizzata a una settimana dal voto, attribuisce ai candidati democratici il 52% delle preferenze contro il 44% dei Repubblicani. Tra gli elettori indipendenti il divario sarebbe ancora più ampio: 52% contro 39%.
Un dato particolarmente interessante riguarda il peso di Trump nella scelta degli elettori: il 44% dichiara di voler votare principalmente contro il Presidente, mentre il 21% intende farlo soprattutto a suo favore. Per il 35%, invece, Trump non rappresenta il fattore determinante.
Anche le priorità degli americani sembrano indicare una difficoltà per la Casa Bianca. Il costo della vita è indicato come il principale problema dal 34% degli intervistati, seguito dalla tenuta della democrazia, al 33%. Più distanti immigrazione, politica estera e sanità.
Il tema economico potrebbe rivelarsi decisivo. Il 38% degli elettori afferma che la propria situazione finanziaria è peggiorata nell’ultimo anno, mentre soltanto il 15% dichiara di stare meglio. A pesare sono soprattutto il costo dei beni di prima necessità e l’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti, in un contesto internazionale reso ancora più instabile dalla guerra con l’Iran. Un elemento delicato per Trump, che durante la campagna del 2024 aveva promesso di ridurre l’inflazione e rendere più accessibile il costo della vita.
Ci sono poi alcuni Stati che meritano un’attenzione particolare, perché potrebbero rivelarsi determinanti per gli equilibri del Senato e, allo stesso tempo, offrire indicazioni sulle future dinamiche interne ai partiti.
In North Carolina i Democratici puntano su un candidato molto popolare, già governatore dello Stato, mentre la campagna repubblicana avrebbe progressivamente ridotto la propria attività.
In Maine, invece, la Repubblicana Susan Collins può contare su una solida reputazione da moderata. I Democratici hanno scelto Troy Jackson dopo il ritiro di Graham Platner, la cui candidatura era stata travolta da polemiche.
Da seguire anche il Texas, dove il Democratico James Talarico cerca un risultato storico: dal 1988 nessun candidato democratico è riuscito a conquistare un seggio federale al Senato nello Stato. Tra gli altri territori da osservare figurano Ohio, Nebraska, Mississippi, Montana e South Carolina.
Particolarmente interessante è il Michigan, dove il candidato democratico Abdul El-Sayed rappresenta l’area più a sinistra del partito. La sua eventuale vittoria o sconfitta potrebbe alimentare il dibattito su quale direzione debbano prendere i Democratici in vista delle prossime presidenziali.
Infine, merita attenzione il caso Alaska, dove sulla scheda elettorale compaiono due candidati con lo stesso nome: Dan Sullivan, il senatore repubblicano uscente, e Dan J. Sullivan, candidato indipendente. Un’inchiesta del New York Times ha sollevato interrogativi su un’operazione di reclutamento di quest’ultimo, che avrebbe coinvolto persone vicine alla campagna democratica e al partito nazionale, con l’obiettivo di sottrarre voti all’avversario. Una vicenda che, pur non configurando di per sé un illecito, rischia di avere conseguenze sul piano politico e reputazionale.
Ma queste elezioni guardano già oltre il 2026: il vero orizzonte è il 2028. Per i Democratici, nomi come Jon Ossoff, James Talarico, Abdul El-Sayed e Alexandria Ocasio-Cortez potrebbero diventare centrali nel confronto sulla leadership e sull’identità futura del partito. Sul fronte repubblicano, invece, tra i possibili protagonisti vengono indicati il vicepresidente JD Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio, Marjorie Taylor Greene e il commentatore Tucker Carlson.
Il risultato del 3 novembre non determinerà naturalmente chi correrà per la Casa Bianca tra due anni, ma contribuirà a definire quali figure potranno rafforzarsi e quali strategie potranno rivelarsi vincenti.
Le elezioni di midterm, dunque, non saranno soltanto un referendum sull’operato di Donald Trump. Potrebbero diventare il primo vero banco di prova per il futuro della politica americana: un voto capace di ridisegnare gli equilibri a Washington e di dare il via, di fatto, alla lunga corsa verso il 2028.
